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The Social Dilemma: niente di nuovo sotto il sole

Il docudrama di Netflix ha suonato l’allarme generale sui social media. Era ora, dopo anni di entusiasmo quasi cieco, anche se il dubbio serpeggiava ormai da qualche tempo. Ma adesso siamo passati al panico. L’immagine che The Social Dilemma ci restituisce di noi stessi è quella di pupazzi nelle mani degli algoritmi. Le interviste a importanti ex di Google, Facebook e Twitter ci svelano una tecnologia capace di fare leva sulle debolezze della nostra psiche come mai nessuna prima. Frammentazione della società, disagio giovanile, estremismi, populismo, fake news: non c’è problema che non sia in qualche modo colpa dei social. Sembra una storia nuova, ma è in realtà una storia già vista. Un’ondata di moral panic ha accompagnato l’arrivo di quasi tutte le nuove tecnologie della comunicazione. E ogni volta – ci spiega chi ha studiato quelle del passato – si ripete più o meno nello stesso modo. Visto (o rivisto) sotto questa luce, The Social Dilemma è quindi perfetto per scoprire come funziona in questi casi il “circo” della comunicazione dell’innovazione. Ma anche per capire come ci possiamo difendere dalle sue conseguenze indesiderate.

Il primo techlash della storia risale a quasi 2500 anni fa, quando la scrittura in Grecia sta diventando di uso comune. L’allarme lo lancia Platone, nel Fedro: se affidiamo i ricordi e le conoscenze alla parola scritta, finiremo per perdere sia la memoria, sia la conoscenza.

Cinque secoli fa è la stampa, da poco inventata, ad essere accusata di diffondere l’eresia e di infiammare gli animi. Se ci ritroviamo la Riforma protestante e le guerre di religione, è perché anche le persone semplici ora si sono messe a leggere.

moral panic si fanno più fitti con la modernità e partono in genere dagli Stati Uniti.

La colpa del telegrafo, la prima tecnologia per la comunicazione istantanea, è di interrompere troppo spesso l’attenzione, di fornire più informazioni di quante siamo in grado di gestire, di fare perdere tempo con notizie frivole, di rendere la vita troppo frenetica. Questo dicono gli esperti sui giornali di metà Ottocento: suona familiare?

Negli anni Quaranta del Novecento tocca alla radio. I radiodrammi in particolare, ascoltati avidamente per ore dai giovanissimi, allarmano psicologi e pediatri, che li considerano una distrazione dal gioco e dallo studio e una pericolosa fonte di dipendenza. La radio, chi l’avrebbe mai detto?

Guerra ai fumetti!

Di lì a poco, l’America se la prende con i comics. Una generazione di genitori vede crescere le devianze giovanili, ed ecco che uno stuolo di esperti scopre che sono proprio i fumetti – negli anni Cinquanta ancora una novità – che fanno perdere ai ragazzi il senso della realtà trasformandoli in disadattati e criminali. L’equivalente di The Social Dilemma è Seduction of the Innocent, un libro dello psicologo Fredric Wertham, uscito nel 1954. Batman, Robin, Wonder Woman e gli altri supereroi sono accusati di istigare alla violenza, al sesso e alla droga. La cosa è seria: il Senato americano riunisce una Commissione di inchiesta sui fumetti, diversi Stati li vietano, e in varie città si organizzano roghi di giornalini. 

Un altro paio di decenni ed ecco che sul banco degli imputati salgono la televisione, che istupidisce le masse, e i “persuasori occulti” che attraverso la pubblicità impongono loro uno sfrenato e alienante consumismo, specchio del loro sfruttamento nelle fabbriche e negli uffici delle grandi corporation.

Poi – e siamo ormai a ieri – tocca ai videogiochi. Bei tempi, quando leggevamo i fumetti! Mica come i nostri figli che si rincretiniscono per ore davanti a uno schermo con dei giochi che più violenti e depravati non si può. Come possono a non diventare così violenti e depravati anche loro?

Ogni volta lo stesso film

I moral panic sono una vecchia conoscenza. Li ha descritti per primo Marshall McLuhan, il padre degli studi sui mass media, poi Stanley Cohen, che si è occupato di media e di musica (vogliamo parlare del rock e del declino della morale?) e di recente anche Amy Orben, giovane ricercatrice dell’Università di Cambridge e autrice proprio quest’anno di un lavoro intitolato The Sisyphean Cycle of Technology Panics. Imperdibili, infine, alcuni dei divertentissimi podcast di Pessimists Archive, del giornalista americano Jason Feifer. La storia è più o meno la seguente.

Ogni nuovo mezzo di comunicazione viene usato soprattutto dalle generazioni più giovani. Ma i giovani – anzi, i giovani d’oggi – ai grandi non vanno mai bene, e il mondo è sempre pieno di problemi. E se la colpa fosse proprio dei fumetti / della radio / della televisione / dei videogame / dei social media? Non può essere solo una coincidenza! La cosa curiosa infatti è che sono in genere dei gruppi sociali potenti (ad esempio i genitori) che cominciano a preoccuparsi del comportamento strano, aggressivo o di altro tipo di qualche categoria più debole (ad esempio i figli). In The Social Dilemma è un adolescente che si radicalizza.

Il grande circo

Quando un numero sufficiente di persone comincia a vedere nel nuovo mezzo una minaccia, la macchina della comunicazione si mette in moto e amplifica l’allarme sociale. Spesso sinceramente e con le migliori intenzioni, ma anche senza farsi troppi scrupoli. Perfino Netflix, che usa un algoritmo per proporci film e serie che ci potrebbero piacere, ha fatto lo stesso. Se l’avete già visto, avrete notato che in The Social Dilemma non c’è una sola voce contraria alla tesi proposta.

Nel gioco entrano presto anche gli esperti, che si danno da fare per dare sostanza e credibilità all’allarme. I loro argomenti sono in genere deboli, poco più che delle correlazioni, ma molto verosimili. In The Social Dilemma, ad esempio, si fa notare la coincidenza temporale fra l’aumento dei suicidi fra gli adolescenti e l’adozione dei social media, come se fosse l’unica cosa accaduta nel mondo in quel momento. Ma lo spazio che ricevono sui media li aiuta comunque a procurare visibilità e altri più concreti benefici a sé stessi o alla propria disciplina.

Anche i politici si attivano, per far vedere che fanno qualcosa per difendere la società dal nuovo mezzo cattivo. E ottenere così titoli sui giornali, interviste in televisione, attenzione sui social. Come molti di noi, come i media e come gli esperti, anche loro tendono a sopravvalutare il potere della tecnologia e a sottovalutare quello di altri fenomeni sociali, politici o economici (questo errore gli studiosi lo chiamano determinismo tecnologico). E poi, è molto più semplice fare una legge sui social media che risolvere i problemi veri. La polarizzazione politica dell’elettorato occidentale fra progressisti delle grandi città e populisti delle periferie urbane e rurali, ad esempio, viene attribuito agli algoritmi dei social che propongono a ognuno solo contenuti che confermano quello che già pensa. Ma non sarà un po’ anche colpa dell’economia digitale e della globalizzazione, che hanno arricchito i primi e impoverito i secondi?

Social media assolti?

Cittadini, media, esperti e politici si rincorrono per qualche mese o qualche anno, mantenendo alto il livello di allarme, fino a quando l’ondata di panico si esaurisce, quasi sempre perché viene sostituita da un’altra, su una nuova tecnologia. 

Tutta fuffa, allora?

Come sempre, la verità è da qualche parte nel mezzo. Le bolle informative in cui i social media cercano di rinchiuderci esistono, e la loro guerra per ottenere la nostra attenzione è guerra vera, senza esclusione di colpi. Uno dei libri più letti in Silicon Valley negli ultimi anni è stato Hooked: How to Build Habit-Forming Products, di Nir Eyal (Hooked in inglese vuol dire “agganciati”). Come ogni tecnologia potente, anche i social avrebbero dovuto essere utilizzati con più cautela fin dall’inizio. Perché nessuno ci può impedire di pensare e di scegliere con la nostra testa, a parte noi stessi.

Ce lo insegna la storia: la difesa più efficace dalle conseguenze indesiderate delle nuove tecnologie di comunicazione è un sano scetticismo. Quando la radio era giovane, Orson Welles ha potuto far credere a migliaia di americani che i marziani erano sbarcati a Los Angeles. Quando io ero persino più giovane di adesso, per dire che una cosa era vera si diceva “l’ha detto la televisione”. Tutti abboccavamo alla pubblicità, come oggi si fa con i social media. Poi è sempre passata, perché abbiamo saputo sviluppare degli “anticorpi culturali” e non ci fidiamo più. Chiedete a un pubblicitario se farci comprare qualcosa è diventato più facile o più difficile. Col tempo, insomma, anche con i social media avremo finalmente un rapporto più sano. 

Ma a quel punto, chissà, ci faremo abbindolare da qualcosa di nuovo.