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Scegliere il passato che vogliamo

Dobbiamo lasciare che il bosco si riprenda quella metà dell’Italia che non ci serve più? O dobbiamo conservare i paesaggi agrari plasmati da millenni di storia che hanno reso così bello questo paese? Le cose cambiano, e questo basilare fatto della vita ci costringe continuamente a scegliere. Ma la nostra mente è pigra. In genere non sceglie, oppure lascia scegliere agli altri. E se lo fa, si lascia spesso guidare da una cieca chiusura di fronte alle cose nuove. Oppure da un nuovismo altrettanto cieco. Anche in politica, ci dividiamo in progressisti e conservatori. Invece la vita, o il lavoro, richiedono sempre un mix di nuovo e di vecchio, da scegliere pezzo per pezzo. Con tutta l’attenzione che serve. E capire dove essere progressisti, e dove conservatori. Perché scegliere il nostro futuro significa anche scegliere il nostro passato. E viceversa.

Alla parola “Dolomiti”, a me si apre il cuore. Se non sono le montagne più belle del mondo, sono sicuramente le più accessibili e accoglienti. E chi le ha frequentate sa che nulla fa più Dolomiti dei grandi prati dove si portano le vacche al pascolo e si raccoglie il fieno per l’inverno. Così verdi e perfetti da sembrare finti.

Anche quest’anno non ho potuto fare a meno di passarci almeno qualche giorno, sulle Dolomiti, ma quei prati li ho guardati con occhi un po’ diversi. Avevo appena scoperto che in un certo senso sono finti. 

Prima di partire, per aiutare una giovane amica che sta girando un documentario sugli ultimi pastori delle valli ladine, avevo organizzato una riunione online con un gruppo di ricercatori che si occupano dell’ambiente alpino. I quali ci hanno spiegato che quei prati non sono affatto naturali. Sono stati creati eliminando il bosco e vengono faticosamente mantenuti liberi dagli abeti e dai larici che cercano sempre di riprenderseli. Fin dall’epoca preistorica, infatti, l’erba dei prati è stata la chiave della sopravvivenza in un ambiente difficile come la montagna, perché cattura con grandissima efficienza l’energia del sole, la trasferisce agli animali che se la mangiano, i quali la trasferiscono agli uomini sotto forma di carne e soprattutto di latte. 

In gran parte delle Alpi, però, tanti prati non ci sono più. Se li è ripresi il bosco da quando il cibo si può comprare da fuori e l’allevamento è stato abbandonato. Sulle Dolomiti ne sono rimasti ancora tanti perché le province di Trento e Bolzano e l’Unione Europea pagano gli allevatori perché continuino questa antichissima tradizione, fermando il ritorno della natura. 

Le due Italie

Dal punto di vista ambientale infatti non c’è un’Italia sola, ma ce ne sono almeno due.

Una è quella in cui quasi tutti noi viviamo, quella delle città, delle pianure e delle coste, dove l’impronta umana è sempre più forte. È l’Italia che ha plasmato la nostra percezione di vivere in un ambiente in cui la natura sembra fare solo passi indietro. 

L’altra Italia è quella della collina e soprattutto della montagna, che non ci serve quasi più perché oggi l’economia si basa su industria e servizi, l’agricoltura è così produttiva che ha bisogno di molta meno terra, l’allevamento intensivo ha preso il posto di quello brado, e i combustibili fossili hanno sostituito la legna. 

Così, senza che la maggior parte di noi se ne accorga, quest’altra Italia si sta rinaturalizzando al ritmo di 30.000 ettari di nuovi boschi all’anno (più o meno cinque campi di calcio ogni ora che passa). E con i boschi tornano quegli animali selvatici che quando ero bambino si immaginava destinati a inevitabile estinzione. Ricordo le domeniche mattina passate col WWF al Giardino Zoologico di Roma a raccogliere fondi per salvare il lupo. Oggi i lupi sono appena oltre il Grande Raccordo Anulare, e qualcuno forse è anche già dentro. 

La natura si sta insomma riprendendo quello che le avevamo tolto, una cosa che qui in Italia non accadeva probabilmente dalla fine dell’impero romano. Evviva! 

O no?

Cancellare la Storia

Tra le non molte persone che si rendono conto di cosa sta accadendo in questa seconda Italia c’è una grossa discussione in corso.

Gli ecologi ai quali ho chiesto non hanno dubbi: lasciamo che il nuovo faccia il suo corso. Lasciamo che ampie parti d’Italia tornino com’erano all’alba della Storia. A quell’epoca, un’unica immensa foresta cominciava dalla riva del mare, copriva le pianure e risaliva i fianchi delle montagne, per lasciare il campo ai cespugli di ginepro o pino mugo solo intorno ai 2000 metri di quota. Cogliamo questa  straordinaria occasione per ricostituire il capitale naturale del nostro Paese, sfruttato senza scrupoli per troppi secoli. Il ritorno del bosco vuol dire infatti anche ricostituzione del suolo, ripristino del ciclo dell’acqua, mitigazione climatica. Insomma, una grande rigenerazione ambientale di cui tutto il pianeta avrebbe bisogno.

Io stesso sono affascinato dall’idea di ricostituire quell’Eden mediterraneo. O alpino, nel caso delle Dolomiti, con il ritorno anche degli orsi e delle linci che sono stati perseguitati per secoli in quanto concorrenti per le magre risorse della montagna.

O fare dell’Italia un museo

Questa è una prospettiva che fa invece inorridire agronomi, storici, architetti del paesaggio e anche molti forestali. La rinaturalizzazione sta avvenendo a spese di alpeggi, campi, borghi e casali che non avranno più una ragione oggettiva di esistere, ma sono il frutto e i testimoni della nostra storia. Gli stessi boschi che conosciamo oggi, quasi tutti gestiti da secoli, conservano ben poco di naturale. 

L’Italia è un mosaico di paesaggi culturali modellati da generazioni di agricoltori, pastori e boscaioli, che generazioni di viaggiatori di tutto il mondo sono venuti ad ammirare. Al punto che un alpeggio delle Dolomiti andrebbe tutelato esattamente come i nostri centri storici, e per le stesse ragioni. Permettendo di mantenere in qualche modo in vita una cultura materiale del passato, ma anche identità e valori modellati dalle esperienze umane delle donne e degli uomini che l’hanno tenacemente difeso dal bosco. Come ha scritto Massimo Mantellini, le cose vecchie sono “pezzi di noi attaccati alle cose”, e condizionano silenziosamente chi siamo e come viviamo. 

Come non scegliere

La discussione è così polarizzata che finora non ha portato a quasi nulla.

Un illustre ecologo forestale mi ha detto seriamente che l’Italia che si sta rinaturalizzando dovrebbe diventare una immensa riserva integrale. E se finisce di spopolarsi, meglio ancora. 

Un altrettanto importante studioso del paesaggio rurale mi ha detto altrettanto seriamente che l’Italia andrebbe conservata così com’era alla fine dell’Ottocento, prima che cominciasse a industrializzarsi, quando i boschi erano solo un terzo di quelli di oggi.

Così, pochissime amministrazioni regionali hanno adottato un piano paesistico, quel documento che dovrebbe definire dove rinaturalizzare, dove gestire gli ambienti naturali e come, e dove invece tutelare i paesaggi agrari, e fino a che punto. In pratica, lasciamo fare al caso, a qualche regolamento europeo, all’inerzia o all’improvvida iniziativa di qualche amministratore locale, o semplicemente alla politica. Nelle Dolomiti venete, ad esempio, i prati degli alpeggi sono meno tutelati perché gli elettori che vivono in pianura sono molti di più di quelli che vivono in montagna, e i soldi vengono spesi in altro modo. 

Cambiare o crescere

La scelta di quale Italia lasciare ai nostri nipoti (perché i tempi del ritorno della natura si misurano in decenni) assomiglia in realtà a qualsiasi altra scelta tra innovazione e conservazione: come produrre il cibo che mangiamo, se vaccinarci o meno, quali tecnologie digitali adottare, quali fonti di energia sviluppare.

Non possiamo fermare il mondo, né fare tabula rasa del passato e cambiare tutto da un giorno all’altro. Non sarebbe saggio, e probabilmente non ci riusciremmo. Dobbiamo scegliere fra fini, valori e interessi diversi, ciascuno con le sue legittime ragioni. E la semplificazione prospettata dalle posizioni polarizzate è attraente, ma quasi sempre sbagliata. In qualsiasi ambito, un mix di conservazione e di cambiamento è quindi inevitabile. Ma cosa c’è esattamente in questo mix? Chi lo ha deciso? In base a quali considerazioni?

Una delle nostre più fondamentali responsabilità – come paesi, organizzazioni e singole persone – è proprio quella di chiederci esattamente cosa cambiare e cosa no – e perché – caso per caso. Invece raramente prestiamo a queste scelte tutta l’attenzione che serve. 

Quasi sempre finiamo per delegare la scelta alle nostre inclinazioni personali (la maggiore o minore propensione alle cose nuove ha una forte componente genetica), a un principio generale magari prevalente nella nostra cerchia sociale (il cibo di una volta era più buono, pulito e giusto) o a qualcun altro (governo, azienda o partner che sia). Così cambiamo, o ci lasciamo cambiare.

L’innovazione di cui abbiamo bisogno è invece quella che abbiamo scelto consapevolmente, esaminando benefici e rischi oggettivi, ma anche i significati intangibili che il vecchio e il nuovo possono rappresentare per noi. E se il nuovo è incerto per definizione, e quindi la scelta può essere consapevole solo fino a un certo punto, il vecchio lo conosciamo, e possiamo capire se conviene conservarlo o se è meglio liberarcene. Per questo scegliere cosa vogliamo conservare del passato vuol dire anche scegliere quale e quanto futuro accogliere.

Ed è così che possiamo crescere.

PS la prima foto delle Dolomiti è di Claudia Mann, la seconda di Hanna Torrefranca