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Perché diamo retta ai “gufi” della fine del lavoro (anche se non ci azzeccano mai)

Come avrebbe detto Mark Twain, “la notizia della prossima morte del lavoro è fortemente esagerata”. Il settimanale The Economist ci ha anzi appena informati che neppure i robot stanno riuscendo a togliere il lavoro agli esseri umani. E neppure l’intelligenza artificiale. Nonostante la pandemia, che pure in teoria avrebbe dovuto accelerare la sostituzione degli umani con le macchine, della fine del lavoro non c’è traccia nei dati internazionali. Eppure, da almeno due secoli la morte del lavoro è una delle previsioni più frequenti, più citate e più temute. Perché ci caschiamo sempre? Ve lo posso spiegare perché ci sono cascato anch’io. Confesso che una volta anch’io mi sono prestato a spacciare una previsione clamorosa sulla fine del lavoro. Senza farmi troppe domande, perché si vendeva benissimo. Senza rendermi conto che ogni previsione è sempre un po’ una mistificazione. Che il futuro non si prevede. E che questa è una gran fortuna!

Il 47%, praticamente uno su due. È la percentuale di lavoratori americani che nel giro di vent’anni potranno essere sostituiti da macchine guidate dall’intelligenza artificiale. Lo hanno previsto nel 2013 Carl Benedict Frey e Michael A. Osborne, della Oxford Martin School, incrociando i trend tecnologici con le tabelle dello US Bureau of Labor. E se questo accadrà nell’economia americana, qualcosa del genere non potrà non accadere anche nelle altre economie avanzate. Compresa la nostra. 

Lo studio esce 17 settembre del 2013, e nel giro di qualche giorno se ne parla dappertutto. Forse è la pubblicità migliore che l’intelligenza artificiale abbia mai avuto. Se ne parla per mesi negli incontri internazionali e nei dibattiti televisivi, sull’Economist e sul blog di Bill Gates, oltre a chissà quante presentazioni PowerPoint. Yuval Noah Harari e Martin Ford citano lo studio per avvisare che le nostre società si devono preparare a un futuro senza lavoro. La metodologia viene usata dal Council of Economic Advisors di Obama, dalla Bank of England, dalla World Bank. La BBC ci fa un giochino online che ti dice quante probabilità ci sono che il tuo lavoro scomparirà.

Nel mio piccolo, corro anch’io a Oxford per intervistare i due oracoli. E mi trovo davanti due ragazzini, o poco più, che ancora non si capacitano della fama che gli è cascata improvvisamente addosso. 

Il circo delle previsioni

Ci sono almeno tre ragioni che possono spiegare il successo esplosivo di certe previsioni, per quanto inverosimili. 

La prima è ovvia: detestiamo l’incertezza. Dagli indovini alla McKinsey, abbiamo sempre pagato per sapere che cosa accadrà. 

La seconda pure: siamo estremamente sensibili alle cattive notizie, perché non si sa mai. 

La terza ragione, un po’ meno ovvia, è che in un mondo in cui tutti competono per l’attenzione, molti hanno un incentivo a cavalcare una previsione capace di catalizzare le speranze (o più spesso le paure) del tempo in cui viviamo.

A Frey e Osborne, la previsione del 47% ha portato istantanea notorietà e il lancio nel circuito internazionale dei guru e dei conferenzieri più pagati. 

La loro università, relativamente nuova, ha acquistato fama e riconoscibilità. 

E come posso testimoniare personalmente, i media hanno avuto l’occasione di somministrare al proprio pubblico una dose di adrenalina più forte del solito. If it bleeds, it leads, se scorre il sangue, la notizia “tira”. 

È il contrario: sono le macchine che creano il lavoro

La disoccupazione tecnologica è un evergreen di guru da quattro soldi ma anche di grandissimi economisti. Nel 1995, Jeremy Rifkin pubblicava “La fine del lavoro”, libro in cui prevedeva decine di milioni di disoccupati nell’economia americana per colpa dell’information technology (l’intelligenza artificiale era ancora di là da venire). Ed è rimasta leggendaria la previsione fatta da John Maynard Keynes nel 1930 secondo la quale i suoi nipoti (cioè noi) avrebbero lavorato non più di tre ore al giorno, perché la produttività delle macchine sarebbe cresciuta molto più rapidamente dei nostri bisogni materiali. 

David Autor, economista dell’MIT, ha invece spiegato molto bene come i lavori che scompaiono vengano presto sostituiti da nuovi lavori prima neppure immaginati, perché il nostro desiderio di sempre nuovi beni e nuovi servizi non si esaurisce mai. Ha anche ricordato che ci viene istintivo pensare che la quantità di lavoro disponibile sia fissa, e che per ogni nuovo lavoro svolto da una macchina ce ne sia uno in meno per noi. Invece la maggiore produttività resa possibile dalle macchine aumenta la ricchezza prodotta. Quindi la domanda di cose nuove. Quindi il lavoro per noi.

Anche senza scomodare grandi studiosi, chiunque di noi può vedere da solo che da quando si inventano macchine che sostituiscono il lavoro umano, non ci sono mai stati tanti posti di lavoro. Pensateci un attimo: ci sono più disoccupati negli Stati Uniti, che hanno le macchine più avanzate del mondo, o nel Burundi, dove si fa ancora quasi tutto a mano?

E qui in Italia, ci sono più disoccupati al Nord, o al Sud?

Giulio Andreotti avrebbe detto che “le macchine lasciano a casa chi non ce le ha”.

Prevedere è un modo per togliere la libertà

La questione ha però anche un aspetto più inquietante, perché fare previsioni è anche un modo per imporre un particolare futuro. Che sia l’auto che si guida da sola o il test del DNA che svela le malattie di cui ci ammaleremo, la colonizzazione di Marte o l’invasione dell’Europa da parte di immigrati musulmani, dietro una previsione c’è sempre qualcuno che sta cercando di venderci qualcosa. Un prodotto, un partito da votare, un’idea di società. Magari anche a fin di bene (“Comincia a risparmiare, perché non avrai una pensione decente”). Una previsione apparentemente verosimile assume facilmente ai nostri occhi un carattere di inevitabilità che disarma il nostro scetticismo e distoglie la nostra attenzione dalle alternative. Condiziona il modo in cui rispondiamo, e ci toglie un po’ della nostra libertà di scelta. 

Politici, sindacalisti e commentatori hanno infatti usato la previsione di Frey e Osborne per promuovere scelte o visioni del mondo. Dal reddito di cittadinanza da garantire ai disoccupati tecnologici (così magari si crea una bella sottoclasse dipendente dalla benevolenza del potere, come nella Roma imperiale) allo stop all’automazione di fabbriche e uffici (così si ferma l’innovazione e si diventa tutti più poveri).

Meno male che il futuro non si prevede

Il problema di fondo, naturalmente, è che il futuro ci coglierà sempre di sorpresa. 

Quasi nessuno ha previsto la crisi finanziaria del 2008, e non abbiamo ancora le macchine volanti, anche se è da decenni che ce le promettono. Come ha dimostrato Philip Tetlock, dell’Università della Pennsylvania, che ha seguito per più di vent’anni centinaia di esperti, le previsioni politiche, economiche e sociali non sono in media più azzeccate che se fossero state fatte lanciando una moneta. Anzi, più l’esperto è famoso, ha delle convinzioni forti e si mostra sicuro di quello che dice, più è probabile che le sue previsioni siano sbagliate. Se continua a farla franca, è semplicemente perché nessuno si preoccupa di controllare se poi quello che ha detto si sia avverato oppure no. La differenza fra futurologi e astrologi non è poi così grande.

L’imprevedibilità è il brutto del futuro, perché non abbiamo così tanti modi per prepararci. Ma se ci pensiamo bene, è anche il suo bello. Se il futuro fosse prevedibile, le persone o i gruppi più attrezzati per farlo userebbero le previsioni per continuare a restare al potere, e non ci sarebbero ricambio politico o mobilità sociale. Accettare invece la fondamentale incertezza del futuro vuol dire essere aperti a tutte le possibilità, quindi a tutte le sue opportunità. Possiamo sempre sceglierlo, o crearlo. Non conoscere il futuro può insomma regalare tanta libertà e tanta immaginazione. 

Ogni volta che cediamo alla tentazione di fare una bella previsione per vendere l’innovazione o l’idea nuova che ci sta a cuore, pensiamo sempre a cosa forse stiamo togliendo a chi ci ascolta.

PS

Di recente sono tornato a intervistare uno dei due “ragazzini”, Carl Frey. È cresciuto e non fa più previsioni sul futuro. Ha anzi scritto un poderoso libro – fondamentalmente ottimista – sulla paura della disoccupazione tecnologica nella storia (The Technology Trap, Princeton University Press), che aiuta a leggere cosa accade nelle epoche, come la nostra, di rapida diffusione dell’automazione. La storia sì, che si conferma magistra vitae. Fornendoci gli unici possibili esperimenti sulle cose umane, ci fornisce gli unici possibili occhiali per immaginare (non prevedere) il futuro.