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Mangeresti il cibo che non ha mai vissuto?

In un centro di ricerca finlandese è stato bevuto il primo caffè prodotto a partire da cellule di Coffea arabica coltivate in laboratorio anziché dai semi della pianta. Agli esami analitici e sensoriali è risultato avere la stessa composizione, lo stesso odore e lo stesso sapore. Ma il caffè è solo l’ultimo prodotto della cosiddetta “agricoltura cellulare”, che sta cercando di produrre latte, uova, pesce o foie gras – ma soprattutto carne – partendo da colture di cellule e tessuti senza passare per la pianta o per l’animale intero. Eliminando così, in un colpo solo, l’immenso impatto ambientale della produzione di cibo e la sofferenza di miliardi di animali. Ma che effetto ci fa l’idea di mangiare qualcosa che non è mai stato un essere vivente vero e proprio? Oscilliamo fra il fascino dell’utopia di un pianeta finalmente restituito alla natura e l’orrore distopico di un cibo che non riconosciamo più. E proprio questo è il problema: il nostro istinto è di immaginare utopie o distopie che nascono da repentini cambiamenti. Il futuro invece nasce sempre in un altro modo, ed è anche molto diverso, da come ce lo immaginiamo. Dovremmo quindi imparare a pensarlo in un altro modo.

A sentire Larissa Zimberoff, bravissima giornalista americana che sul tema ha appena pubblicato un libro, Technically Food, l’aria che si respira nelle startup dell’agricoltura cellulare assomiglia molto a quella nei garage della Silicon Valley degli anni Settanta. Anche molti dei luoghi sono gli stessi, anche se questa volta ci sono anche Nordeuropa e Israele. 

C’è l’entusiasmo per quello che oggi si può fare con le cellule staminali, la bioingegneria e la biologia sintetica, e la scommessa che questo sarà il secolo delle scienze della vita. 

C’è l’idealismo di chi vuole sconfiggere il nemico della natura numero uno. La produzione del nostro cibo occupa circa 5 miliardi di ettari, cioè il 38% di tutte le terre emerse, dedicati per un terzo alle coltivazioni e per un terzo ai pascoli: in pratica la terra migliore, sottratta agli ambienti naturali e soprattutto alle foreste. La produzione di cibo consuma anche il 70% dell’acqua dolce disponibile ed è la seconda fonte di gas serra dopo la produzione di energia. Nel caso della carne, che tra pascoli e produzione di mangimi si prende l’80% di tutta questa terra, in caso di produzione da cellule le emissioni si ridurrebbero a un quinto, e lo spazio richiesto a meno dell’1%. I dati sono di una recentissima review su Nature.

Per questo Leonardo DiCaprio, impegnatissimo contro i cambiamenti climatici, ha appena investito una somma non precisata in due società che producono carne coltivata, Mosa Meat (olandese) e Aleph Farms (israeliana). 

E qui veniamo al dunque, perché c’è anche tanta voglia di arricchirsi rapidamente. 

Il sapore dei soldi

Più di due miliardi di dollari sono stati investiti nell’agricoltura cellulare negli ultimi sette anni. Per dare un’idea del ritmo di crescita del settore, 800 milioni sono stati investiti solo quest’anno, più di due terzi in startup che producono carne coltivata. 

Le aziende che stanno sviluppando quello che (forse) mangeremo domani sono già decine. Perfect Day FoodsLegendairy si occupano di latte e latticini, Motif FoodworksUpside Foods e Mission Barns di carne, NoQuo di formaggi, BlueNalu e Finless Foods di pesce, VitroLabs invece di pellame (c’è anche quello).

Il Dipartimento dell’Agricoltura americano ha appena deciso di investire 10 milioni di dollari, nell’ambito di un programma di ricerca sull’agricoltura sostenibile, per creare un centro dedicato presso la Tufts University. Il grosso degli investimenti sono però privati, attirati dalle previsioni di un mercato potenzialmente immenso, che Boston Consulting Group, una delle maggiori società di consulenza, stima che varrà 290 miliardi di dollari già nel 2035.

Da giugno, l’agricoltura cellulare ha persino il suo lobbista a Brussels, registrato nell’albo ufficiale con il numero 673749542906-90. Uno solo, per ora, e pure part-time. Ma siamo solo all’inizio.

Utopia o distopia?

Per gli utopisti (della Silicon Valley e non) l’attuale modo di procurarci da mangiare è inefficiente ai limiti dell’assurdo, e i nostri nipoti sorrideranno all’idea che una volta si uccideva un animale per un petto di pollo. L’agricoltura cellulare potrebbe invece essere a portata di mano, quasi da toccare, se solo lo volessimo e ci investissimo abbastanza. E così sembra anche a noi, sentendone parlare. Vediamo già una Terra largamente rinaturalizzata, con le piante e gli animali selvatici che si riprendono il posto che quelli domestici gli avevano tolto. I polli sopravvivranno negli zoo, a beneficio di quei famosi nipoti. E sarà come aver tolto un enorme peso dalle spalle del pianeta, perché una massiccia ricrescita delle foreste è l’unico modo che conosciamo per togliere dall’atmosfera l’anidride carbonica che ci abbiamo noi bruciando carbone, petrolio e gas. Quanta, lo ha stimato due anni fa un gruppo del Politecnico di Zurigo: se lasciassimo ricrescere i boschi dove potrebbero farlo, cioè su un’area pari a quella degli Stati Uniti, assorbirebbero 700 miliardi di tonnellate di anidride carbonica, un terzo di tutta quella prodotta dall’umanità dal 1850 a oggi. 

Un momento, però. Anche ai distopici l’agricoltura cellulare appare come una realtà che potrebbe essere già dietro l’angolo. Anche loro se la immaginano benissimo, solo che vedono fattorie abbandonate, stalle vuote, e un cibo finto sul quale è legittimo qualsiasi sospetto. Cosa ci sarà dentro? Cosa non ci sarà più che una volta c’era? E il tutto sembra totalmente incompatibile con le loro aspirazioni e i loro valori. Non caso sono forse gli stessi che oggi preferiscono l’agricoltura “biologica”, cioè un ritorno all’Ottocento. E poi, che fine faranno il Made in Italy agroalimentare e la cucina italiana?

Reality check

Tra l’utopia e la distopia, per fortuna, c’è la realtà. E per immaginare la realtà di là da venire non c’è altro modo che aprire il grande libro della storia, l’unico che abbiamo per farci un’idea di come vanno le cose umane. 

Alla nostra mente dicotomica, binaria, sempre pronta cioè a vedere la realtà in bianco o in nero, giusto o sbagliato (o come si fa notare oggi, maschio o femmina), viene sempre naturale immaginare che cambierà tutto, per raffigurarsi un’utopia o a una distopia. La storia ci dice invece che questo non avviene quasi mai, perché il futuro accumula, più che sostituire, e comunque quasi mai assomiglia a come ce l’eravamo immaginato.

La controcultura dei garage della Silicon Valley degli anni Settanta immaginava l’information technology come uno strumento di liberazione, invece abbiamo avuto Facebook e lo stato di sorveglianza cinese. Oggi non sappiamo dire cosa sarà tra cinquant’anni l’agricoltura cellulare, ma possiamo tranquillamente affermare che, volendo, un petto di pollo “vero” lo potremo sempre trovare, perché ci sarà una convivenza tra modi vecchi e nuovi di produrre il cibo. L’allevamento di animali non morirà, così come non è morto il teatro quando è nato il cinema, non è morto il cinema quando è arrivata la televisione, e non è morta la televisione quando è arrivata Internet. Anche lui (il pollo) sarà però molto cambiato, probabilmente in meglio, per far fronte alla concorrenza. Oppure sarà quella dei polli ruspanti sarà diventata una nicchia per nostalgici. 

La lezione della patata

In ogni caso, avremo tutto il tempo per abituarci. Come avverte Paul Saffo, futurologo dell’Università di Stanford: Never mistake a clear view for a short distance. Cioè, anche se il futuro è chiaro, non è detto che arrivi presto. E per il sistema agroalimentare, così grande, complesso e ricco di connessioni, la strada è lunghissima. E neppure così chiara.

Sul piano tecnologico, c’è ancora tanto da fare per migliorare aspetto, struttura e sapore dei nuovi cibi. 

Sul piano sanitario, ci vorranno lunghe verifiche nutrizionali prima di poterne consigliare il consumo di massa.

Sul piano economico e sociale, ci saranno vecchie filiere da chiudere e nuove filiere da creare, con una riconversione occupazionale da capogiro (solo nei paesi poveri, secondo la FAO, 1,7 miliardi di persone dipendono dall’allevamento animale).

Sul piano culturale, poi, non ne parliamo. Preferenze e comportamenti alimentari hanno un’inerzia enorme, la resistenza alle nuove tecnologie alimentari è sempre stata tenace, e l’attuale preferenza per tutto quello che ci sembra “naturale” non accenna a diminuire. 

A far perdere molto tempo ci potrà essere anche un backlash come quello contro gli OGM, probabilmente sobillato dall’attuale sistema agroindustriale, che cercherà di vendere cara la pelle.

In tutto questo tempo, però, quello che oggi ci appare nuovissimo si trasformerà altrettanto gradualmente in qualcosa di già visto, già provato, fino a diventare parte naturale del paesaggio delle cose. Fino a diventare, un giorno, una cosa quasi vecchia. Come la patata, che ci ha messo due secoli per trasformarsi da aborrito “cibo del diavolo” al più banale dei contorni. 

Intanto lasciamola nascere, l’agricoltura cellulare. E poi vedremo.