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L’innovazione logora chi non ce l’ha

Un anno fa, quando è scoppiata la pandemia, gli esperti ci dissero che per un vaccino ci sarebbero voluti anni. Invece sono bastati nove mesi. Non solo per avere ben due vaccini eccezionalmente efficaci contro il Covid-19, ma forse anche per cambiare il rapporto di forza tra l’umanità e i virus. Com’era avvenuto settant’anni fa con i batteri, dopo la scoperta degli antibiotici. Il merito è di una tecnologia completamente nuova, che era già stata sviluppata, ma che in tempi normali sarebbe diventata disponibile chissà quando. È una storia esemplare, ma che in tanti in quest’ultimo anno abbiamo in qualche modo vissuto, imparando a usare strumenti ai quali chissà quando ci saremmo avvicinati. Che ci voglia una crisi per accelerare l’innovazione è umano. Ma non approfittarne per imparare che in realtà di una crisi si potrebbe anche fare a meno, come proprio la lezione dei nuovi vaccini ci insegna, è diabolico.

Tutti i vaccini prodotti da due secoli a questa parte hanno usato virus morti o attenuati, o parti di virus, per preparare il sistema immunitario a combattere il virus vero. I vaccini sviluppati da BioNTech per Pfizer e da Moderna sono invece vaccini genetici, che fanno produrre a noi le proteine virali necessarie a stimolare il sistema immunitario. Alle nostre cellule infatti i vaccini genetici consegnano delle microscopiche “bustine” lipidiche contenenti delle molecole di RNA messaggero, portatrici di informazione come le “sorelle” fatte di DNA. Il loro messaggio è l’ordine di costruire una specifica proteina virale, insieme alle istruzioni per farlo. Portato a termine il compito, il messaggio viene distrutto.

Mentre i vaccini tradizionali sono del tipo “one bug, one drug”, cioè ogni vaccino deve essere reinventato da capo per ogni nuovo organismo patogeno, quelli genetici sono “plug and play”. Basta cambiare il messaggio portato dalla molecola di RNA, e il vaccino è pronto per difenderci da un nuovo virus. Esattamente nello stesso modo in cui un nuovo software insegna al computer un mestiere nuovo.

Ai ricercatori di Moderna, ad esempio, una volta ricevuta la sequenza genetica del virus del Covid-19, sono bastati due giorni per trovare la sequenza dell’RNA messaggero da usare e per costruirlo, e altri 41 giorni per la consegna delle prime fiale di vaccino per la sperimentazione ai National Institutes of Health.

Come hanno fatto? Semplice, lo sapevano già fare. La piattaforma tecnologica, frutto di dieci anni di lavoro, era già pronta. Solo che per diventare innovazione, cioè un prodotto sperimentato ed effettivamente disponibile, ci sarebbero forse voluti altri dieci anni. L’innovazione stava procedendo, e a un ritmo che sembrava normale. Ma in realtà, come di lì a poco abbiamo scoperto, stava andando al rallentatore.

Quante cose si possono già fare

C’è voluta l’operazione Warp Speed (“più veloce della luce”) del governo americano, che ha finanziato Moderna, e la coraggiosa scommessa di Pfizer, che non ha accettato finanziamenti pubblici, per dare un poderoso colpo di acceleratore allo sviluppo dei vaccini genetici. Sull’onda dell’emergenza, da un giorno all’altro le autorizzazioni per sperimentare una classe di farmaci completamente nuova sono arrivate. I finanziamenti si sono materializzati. Le diverse fasi della sperimentazione clinica hanno potuto essere fatte in parallelo. Nel frattempo, si costruivano già gli stabilimenti produttivi. E quello che sembrava impossibile è successo.

Il governo americano e Pfizer hanno corso un rischio? Sicuramente, perché i due vaccini potevano non funzionare. Ma hanno creato dal niente una nuova industria che produrrà ricchezza ben oltre la fine di questa pandemia. Oltre che per molti altri tipi di vaccino, infatti, la piattaforma a RNA messaggero può essere utilizzata per le terapie geniche e per le immunoterapie contro i tumori. Il tutto usando gli stessi stabilimenti e gli stessi macchinari, che possono rapidamente riconvertiti da una produzione all’altra. Con un enorme risparmio di tempo e di soldi rispetto alle tecniche tradizionali. Così anche la prossima pandemia ci troverà molto più preparati.

Si sarebbe potuto fare tutto questo anche senza la pandemia? Con il senno di poi sì, e sarebbe convenuto lo stesso. Ma nessuno lo avrebbe fatto. Anche così, però, solo il governo americano e Pfizer hanno trovato il coraggio e hanno fatto il salto. Il resto del mondo dormiva, compresa l’Unione Europea che pure aveva una delle due startup in casa (BioNTech è tedesca) e oggi si vede costretta a pagare e ad aspettare per avere le dosi di vaccino di cui ha disperato bisogno. Presto le produrremo anche da noi, ma su licenza americana.

Il Covid-19 ha accelerato anche noi

Al di là della medicina, la pandemia è stata un catalizzatore di innovazione anche per moltissime imprese di ogni paese. Secondo McKinsey, la società internazionale di consulenza strategica, che ne ha esaminato un campione, queste imprese hanno innovato in un anno quanto ci si aspettava che avrebbero innovato in non meno di sette anni. Soprattutto attraverso l’adozione di tecnologie digitali, con tutto quello che ne consegue in termini di organizzazione del lavoro e rapporti con i clienti, moltiplicando anche di decine di volte efficienza e velocità dei processi.

Anche moltissimi di noi in quest’anno hanno dovuto trovare il coraggio e fare il salto, imparando a usare piattaforme digitali alle quali non avevano mai osato avvicinarsi. Secondo alcune stime, in fatto di digitalizzazione l’Italia ha recuperato dai dieci ai quindici anni di ritardo. In fondo la pandemia ci ha solo dato quella forza per cambiare che da non soli non avevamo ancora trovato. Tanto che oggi ci chiediamo perché diavolo non lo avessimo fatto prima.

Esitare è umano

La verità è che siamo conservatori dentro. Tante distorsioni cognitive ci fanno preferire sistematicamente il vecchio al nuovo, la prudenza al rischio. È l’eredità del nostro passato evolutivo: nessun nostro antenato è mai morto per aver sopravvalutato un rischio, mentre chissà quanti sono morti prima di mettere al mondo dei figli per aver corso anche un solo rischio di troppo.

Per questo la prospettiva di qualcosa che potrebbe andare storto evoca emozioni più potenti della prospettiva di un successo (gli psicologici cognitivisti lo chiamano negativity bias). Tendiamo ad apprezzare quello che già abbiamo più di quello che potremmo avere (si chiama endowment effect). Tendiamo a vedere il passato migliore di com’era effettivamente (si chiama rosy retrospection). Ma soprattutto, detestiamo l’idea di poter perdere qualcosa più di quanto ci alletti l’idea di guadagnare qualcosa (si chiama loss aversion). Per questo chi fa marketing sa che gli innovator e gli early adopter, le persone disposte ad acquistare per prime i nuovi prodotti, costituiscono tipicamente solo il 15% circa di ogni popolazione.

Oggi i rischi che corriamo non sono mortali, ma la nostra mente si comporta ancora come se lo fossero. E poiché siamo molto più avversi ai rischi che pronti a cogliere delle opportunità, perdiamo sistematicamente delle occasioni. Ci sono in realtà molte più probabilità che un rischio che non ci andrebbe di correre ci faccia guadagnare qualcosa, piuttosto che ce la faccia perdere.

La stessa genetica ha ancora molte tecnologie che ci ostiniamo a tenere nel cassetto ma che potrebbero invece curare molte malattie, ridurre l’impatto ambientale dell’agricoltura, o rendere molto più sostenibile l’industria chimica.

Chi sono oggi gli audaci?

Si dice che la fortuna arrida agli audaci. Stati, aziende o persone che siano. Ma gli audaci non sono solo gli avventati. Con i vaccini genetici, ad esempio, non siamo stati affatto imprudenti, perché abbiamo trovato un modo più rapido (anche se finanziariamente più rischioso) di farle lo stesso. Ci mancherebbe! Spesso gli audaci sono solo i più consapevoli. Quelli che sanno riconoscere le proprie paure, le sanno guardare in faccia, e le sanno superare in modo intelligente.

In questi lunghi mesi di pandemia ci sembra spesso che il tempo si sia fermato. L’isolamento fa apparire la vita più lenta, perché le giornate si assomigliano tutte. Invece il tempo sta correndo molto più rapidamente, perché tanti stanno innovando a rotta di collo. Sotto traccia, magari, ma stanno avvenendo molti più cambiamenti di quanto immaginiamo. Le distanze fra paesi, fra aziende e fra persone si stanno silenziosamente allargando. E presto si vedranno.

Il giorno in cui la pandemia finalmente finirà, chi avrà trovato il coraggio e avrà fatto il salto si ritroverà improvvisamente nel futuro. E chi quel coraggio non l’avrà trovato, si ritroverà altrettanto improvvisamente relegato al passato.