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Ginkgo batte Kabul 1-0

Con la quotazione in Borsa per 17 miliardi di dollari di Ginkgo Bioworks, startup creata nel 2008 da un gruppo di studenti del MIT di Boston, la biologia sintetica diventa grande. Tra i primi a crederci e a finanziarla, Bill Gates. Ma cosa diavolo è la biologia sintetica? È la tecnologia per riprogrammare cellule o microrganismi per far loro produrre qualsiasi sostanza basata sulla chimica del carbonio: cibo, vaccini, farmaci, biocarburanti, bioplastiche, enzimi, perfino profumi. L’idea è di sostituire petrolio e prodotti agricoli come materie prime, per produrre meglio o per creare sostanze mai viste prima. Inventando un’industria completamente nuova, come ieri quelle del personal computer, dello smartphone o dei social media. O addirittura una nuova bioeconomia. Ancora una volta, una cosa del genere non può che accadere negli Stati Uniti. Ed è una ragione più che sufficiente, nonostante Kabul, per continuare a scommettere su questo paese.

Le fabbriche più avanzate del pianeta non le abbiamo costruite noi. Esistono da centinaia di milioni di anni all’interno di ogni cellula vivente. Anche il più umile batterio sa fabbricare molecole infinitamente più complesse di quelle che è in grado di produrre l’industria, usando infinitamente meno energia e producendo infinitamente meno sostanze di scarto. Dunque anche nel modo più sostenibile.

Le istruzioni per la fabbricazione sono contenute nel suo DNA, una molecola che oggi siamo in grado di leggere, scrivere o modificare in modo sempre più preciso, rapido, economico e automatizzato. Siamo quindi in grado di “dirottare” le fabbriche cellulari inducendole a produrre quello che vogliamo noi. 

Il vivente come il digitale

La scommessa di Ginkgo Bioworks e di qualche altro centinaio di startup nel campo della biologia sintetica è di usare cellule animali o vegetali, oppure microrganismi, come piattaforme produttive rapidamente riconfigurabili con il DNA appropriato, esattamente come passiamo dalla scrittura alla navigazione su Internet cambiando programma sul nostro PC. 

Ginkgo Bioworks fornisce ai suoi clienti sia “hardware” che “software”. Tra le altre cose, finora ha prodotto enzimi capaci di aumentare la produzione dei vaccini di Moderna contro il Covid-19, nuove proteine per gli hamburger a base vegetale di Impossible Foods, nuove fragranze per l’industria alimentare per Robertet. Per Bayer sta sviluppando microrganismi che aiutano le piante coltivate a fare a meno dei fertilizzanti. Per Roche, una nuova generazione di antibatterici. Per Synlogic un batterio capace di insediarsi nell’intestino per curare una malattia genetica: praticamente una “medicina vivente”. 

La prossima Amazon?

Nelle sue fabbriche altamente automatizzate, Ginkgo Bioworks è in grado di aggiungere o togliere geni a microrganismi o altri tipi di cellule, creando in uno solo giorno fino a 50.000 cellule geneticamente modificate in modo diverso per identificare quella con la versione del gene che serve a produrre una specifica molecola.  

Il sogno di Jason Kelly, cofondatore e CEO, è di accaparrarsi la fetta più grossa di un’industria completamente nuova, e di un mercato con un potenziale di crescita sbalorditivo. McKinsey, la società di consulenza strategica, stima che il mercato dei prodotti bioingegnerizzati potrebbe valere 4000 miliardi di dollari nel giro di un paio di decenni. Un ritmo di crescita simile a quello di Google con i motori di ricerca, Amazon con l’e-commerce, Facebook con i social media, o Apple con i suoi gadget elettronici. Tutte società che nel giro di pochi anni hanno superato i mille miliardi di capitalizzazione. 

Che sia Ginkgo Bioworks a diventare la prossima Amazon della bioeconomia è ancora tutto da vedere, ma se ha anche una piccola probabilità di farcela a trasformare la biologia nel computer del futuro, allora vale la pena scommetterci. Questo almeno pensano i suoi investitori, lasciatisi convincere finora soprattutto dalle storie ben raccontate del giovanissimo Jason Kelly, le cui quote personali valgono oggi 700 milioni di dollari. Perché anche le storie, in un mondo pieno di incertezze, hanno il loro valore. 

Il pazzo pazzo mondo dell’innovazione

Naturalmente non manca chi considera i 17 miliardi della quotazione di Ginkgo Bioworks una vera pazzia, destinata a sgonfiarsi al primo vero scontro con la realtà. In effetti, il fatturato di quest’anno sarà solo di 150 milioni di dollari, e nessun blockbuster – un prodotto capace di sbancare il mercato – è finora uscito dai suoi laboratori. Anche perché una cosa è riuscire a produrre una piccola quantità in laboratorio, un’altra è industrializzarne la produzione a costi competitivi, uno scoglio sul quale non poche società si sono già infrante.

Ma il mondo dell’innovazione è sempre stato pieno di false partenze, speculazioni e bolle finanziarie, scommesse miliardarie, imprenditori sbruffoni e qualche volta un po’ bugiardi, molto hype e chissà quanta sostanza, ma soprattutto investitori disposti a correre rischi pazzeschi. 

La verità è che è quasi sempre la ricerca del profitto, più che l’idealismo o le buone intenzioni, il vero lievito delle innovazioni. Dalle ferrovie all’industria elettrica nell’Ottocento, dal petrolio al computer nel Novecento, dai social media ai razzi per il turismo spaziale nel nuovo millennio, è una storia che si ripete. Come ci racconta Matt Ridley nel suo ultimo libro How innovation works, il futuro non è mai nato in maniera ordinata e regolata, pianificato da un comitato di esperti. È sempre stato invece il frutto di un gioco libero, disordinato, imprevedibile, rischioso, che solo pochi paesi hanno lo stomaco di lasciar giocare. E questo gioco gli Stati Uniti lo sanno giocare benissimo. 

Non sopravvalutiamo Kabul

Questo gioco invece è fantascienza per un’Europa ripiegata sul passato, iper-regolata, e votata a un principio di precauzione che assomiglia più che altro a un principio di non innovazione. L’unico serio rivale degli Stati Uniti è sembrata la Cina, ma ha avuto giusto il tempo di fare catching up, cioè di crescere adottando le migliori tecnologie inventate da altri, che Xi Jinping la sta già richiudendo. Riprendendo il controllo sull’economia, soprattutto sulle imprese più innovative, e tornando a imporre un controllo totalitario sui comportamenti e i pensieri delle persone. Condannando la Cina nel lungo termine – come già in passato era accaduto – a un inevitabile, anche se magari lento declino. Nessuna nuova industria è venuta fuori dalla Cina, e nessuna probabilmente vi nascerà mai. 

Nonostante i tanti, bruttissimi difetti dell’America, e nonostante lo spettacolo offerto dalla maldestra ritirata dall’Afghanistan, penso che sia presto per chiamarla una potenza in declino. Proprio perché il futuro sembra ancora condannato a nascere qui.