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Nucleare nuovo, paure antiche

I più buoni hanno definito l’uscita del ministro Roberto Cingolani sul nucleare politicamente ingenua. Tutti gli altri l’hanno crocifisso (che simpatico, però, un ministro che dice quello che pensa!). Ma cos’ha detto Cingolani? Che per azzerare le emissioni che stanno cambiando il clima, sole e vento non basteranno. E che l’unica altra fonte senza emissioni disponibile è il nucleare. Così ha toccato ben due vacche sacre. Peggio, ha spiegato che ci sono nuove tecnologie nucleari, radicalmente più sicure, e che quindi vale la pena almeno di studiarle. “Quando i fatti cambiano, io cambio idea” diceva il grande economista John Maynard Keynes E noi? Nonostante possa essere una carta vincente contro il cambiamento climatico (non la sola naturalmente) il nucleare ha poche chance, almeno per ora. Non per colpa degli “ambientalisti radical chic” citati da Cingolani, ma per colpa nostra. Perché le emozioni legate al nucleare sono molto, ma molto più profonde di quanto immaginiamo. E i fatti, quando vanno contro le emozioni, hanno vita durissima.

La paura del nucleare è molto più antica di Chernobyl, e si è depositata in più strati nelle profondità della nostra psiche. Lo spiega molto bene Spencer R. Weart, storico della fisica, nel suo libro The Rise of Nuclear Fear. Tutto inizia nei primissimi anni del Novecento, con la scoperta del radio e della radioattività. Gli scopritori del nucleo atomico, Ernest Rutherford e Frederick Soddy, parlano di “trasmutazione degli elementi” e la stampa comincia a chiamarli i “nuovi alchimisti”. Fin da subito si evoca un immaginario preciso: quello di un potere enorme e segreto, capace di far morire la materia per farla rinascere più nobile, così come il mondo deve perire nell’Armageddon prima di poter rinascere a una nuova età dell’oro. Gli scienziati stessi incoraggiano queste speculazioni, per dare maggiore importanza alle proprie scoperte e quindi a se stessi. Soddy spiega che l’energia contenuta negli atomi è così grande che il nostro pianeta è un gigantesco magazzino di esplosivi, e che l’uomo capace di liberare quell’energia “potrebbe distruggere la terra se volesse”. Rutherford rincara la dose: “un cretino in un laboratorio potrebbe inavvertitamente far saltare in aria l’intero universo”. La prima “bomba atomica” compare infatti in un romanzo di H.G. Wells nel 1913. Grazie a scrittori, e poi anche a registi e fumettisti, il nucleare si installa nella fantascienza e ne resta per decenni un protagonista. Nella testa delle persone c’è quindi già un immaginario da fine del mondo quando, il 6 agosto 1945, a Hiroshima la fantasia diventa realtà.

Atomo per la pace?

Finita la guerra, molti scienziati atomici continuano a coltivare la mitologia alchemica, sottinteso di un messaggio che vedeva scienza e tecnica (e quindi loro stessi) dotate di un potere immenso, misterioso, quasi divino. Così, quando il l’8 dicembre del 1953 il presidente americano Eisenhower spiega all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite che l’energia degli atomi può essere messa al servizio della pace per produrre energia e far diventare tutto il mondo “una Terra Promessa” in una “età dell’oro atomica”, la mente di molte persone corre all’altra faccia della medaglia. Quella di un arsenale capace di distruggere l’umanità nel giro di mezz’ora. 

Proprio per cercare di fermare lo sviluppo di nuove armi nucleari, le proteste pacifiste si concentrano sulle polveri radioattive prodotte dalle esplosioni sperimentali nell’atmosfera. È adesso che la radioattività viene presentata e finisce poi per diventare la forma di inquinamento più mostruosa, e quindi più temuta. Il Male assoluto. Indipendentemente dalla dose. Il trucco riesce a fermare gli esperimenti nucleari nell’atmosfera ma non lo sviluppo delle bombe, perché gli esperimenti continueranno sottoterra, ma intorno al 1970 il supremo terrore della radioattività si è trasferito sull’atomo civile, che nell’immaginario emotivo diventa un tutt’uno con la bomba. E non solo con la bomba. 

Chernoby e la vittoria del carbone

Nei vari paesi, lo sviluppo del nucleare civile è nelle mani di organizzazioni burocratiche potenti, come la Atomic Energy Commission americana, abituate a gestire il loro potere in modo arrogante, paternalistico, in un alone di segretezza, senza dover rendere conto praticamente a nessuno del proprio operato. Organizzazioni analoghe e metodi analoghi controllano all’epoca anche l’industria e la stessa ricerca scientifica, al punto che il nucleare diventa anche un simbolo dell’intera moderna società industriale. I sondaggi dell’epoca registrano in modo preciso questa trasposizione simbolica. Anche il nascente movimento ambientalista assorbe naturalmente l’opposizione al nucleare, al punto che da allora essere per l’ambiente è sinonimo di antinucleare, e viceversa. 

Nessun’altra tecnologia era mai riuscita a fare da parafulmine a tante inquietudini. 

Solo dopo arrivano gli incidenti alle centrali: Three Mile Island nel 1979 e Chernobyl nel 1986. Nel primo la radioattività uscita dal reattore è stata minima e nel secondo, come sarà accertato dall’inchiesta delle Nazioni Unite, perdono la vita solo 65 persone. E i quattromila casi di tumori alla tiroide vengono quasi tutti curati. Ma il livello di allarme è tale che la reazione porta al rallentamento o alla chiusura della maggior parte dei programmi nucleari nel mondo. Così carbone e petrolio non hanno più concorrenti, e quando con gli anni Novanta iniziano la globalizzazione e lo sviluppo del resto del mondo, sono loro a fornire tutta l’energia di cui c’è bisogno. Le vittime dei combustibili fossili – carbone soprattutto – dovuti alle attività estrattive e all’inquinamento si contano a centinaia di migliaia, se non a milioni, ma non fanno notizia. E il problema climatico assume le dimensioni che oggi ben conosciamo.

I fatti sconfitti dalle emozioni

Negli Stati Uniti, una serie di ambientalisti si sono oggi convertiti al nucleare. Il più famoso è James Hansen, lo scienziato della NASA che per primo portò il riscaldamento globale all’attenzione pubblica. Ma si tratta ancora di casi isolati. È stata anche concessa l’autorizzazione alla costruzione dei primi reattori sperimentali di nuova generazione, più piccoli e a sicurezza intrinseca. Vuol dire che se succede qualcosa, la reazione nucleare si spegne da sola, al contrario di quelli del passato in cui la reazione deve essere tenuta sotto controllo attivamente, perché da sola cresce esponenzialmente: da qui il rischio di incidenti. Alcuni dei nuovi reattori usano anche come combustibile le scorie dei vecchi reattori. L’innovazione è così promettente che molte società stanno investendo in questo campo, una anche in Italia. 

Il problema è che fino a quando ci porteremo dentro il terrore del nucleare, ci sarà poco da fare. Ce lo dice la psicologia cognitiva. Noi siamo convinti di essere razionali, ma le decisioni le prendono in realtà le nostre emozioni. “Più passione sentiamo per qualcosa – spiega Jonathan Haidt, psicologo della New York University – più è probabile che i nostri ragionamenti siano distorti e inaffidabili”. Quasi sempre, la nostra razionalità si limita a razionalizzare (appunto) a posteriori quello che le emozioni hanno deciso, e si applica soprattutto nel trovare sempre nuove argomenti per difendere questa scelta. Quel che è peggio è che quando siamo sotto il dominio delle emozioni, noi abbiamo la sensazione di stare reagendo razionalmente. 

Ci terremo il cambiamento climatico?

Per l’immediato, sono personalmente pessimista sulla possibilità di un ritorno al nucleare, anche con reattori di nuova generazione. Tra qualche anno, invece, potremmo esserci resi conto di quanto sia difficile e costoso farne a meno, se vogliamo davvero azzerare le emissioni che stanno cambiando il clima. O il clima stesso avrà qualche sbandata così forte, da metterci addosso una paura più forte di quella del nucleare. Oppure dovremo aspettare che arrivi al potere una generazione più giovane, che non ha introiettato la Grande Paura Nucleare, seminata per così tanti motivi in tutti questi anni.