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La plastica non è più “per sempre”

C’è qualcosa di drammaticamente fuori posto nell’idea di un mare pieno di plastica. Qualcosa che la rende addirittura più inquietante dell’idea di un mare senza pesci, visto che ci stiamo mobilitando tutti per il problema della plastica, ma non per una pesca ormai fuori controllo. Il problema è che la plastica, come ci spiegano una filosofa e un’antropologa, non è una tecnologia normale. È un “mostro”. Una creatura che sfida le categorie con le quali la nostra mente dà ordine al mondo, e che per questo suscita orrore, ma qualche volta anche fascinazione. Come avviene con ogni mostro che si rispetti, così come con parecchie innovazioni controverse. Oggi però c’è una tecnologia nuova, capace di addomesticare il mostro-plastica. Ma solo se la sapremo comunicare tenendo presente come la mente umana effettivamente funziona.

La Ellen MacArthur Foundation ha calcolato che, se l’inquinamento continuerà ai ritmi attuali, entro il 2050 negli oceani ci sarà più plastica che pesci: una prospettiva che giustamente ci preoccupa e sta mobilitando tanti sforzi per fermarlo. Il fatto però che gli allarmi sul declino dei pesci, vittime di una pesca assolutamente distruttiva, non vengano però minimamente ascoltati, ci dovrebbe far riflettere. Alla plastica pensiamo infatti in modo diverso. Che se da una parte aiuta a mobilitarci per il problema dell’inquinamento, dall’altra rischia di non risolverlo.

Il modo in cui pensiamo alla plastica rischia di farci accontentare di soluzioni palliative, più adatte a metterci la coscienza a posto, come proibire cannucce e posate di plastica. Questa è una manna per la politica, perché imporre un divieto è infinitamente più semplice che gestire bene i rifiuti, anche se il problema è tutto lì: la plastica deve entrare nel ciclo dei rifiuti, non deve finire nell’ambiente.

Il modo in cui pensiamo alla plastica ci ha anche fatto prendere per buona una strada sbagliata, quella delle cosiddette “bioplastiche”, quelle dei sacchetti per l’umido, che tanto “bio” non sono, se l’Unione Europea ha deciso che non dovremo utilizzarle più.

A volte poi si scivola nel semplicistico o nell’assurdo, che fa per esempio dire al consulente scientifico di un’organizzazione ambientalista (che è peraltro un bravissimo biologo marino) quello che in tanti almeno una volta abbiamo pensato: “La soluzione al problema della plastica è semplicissima: dobbiamo smettere di produrla”.

La plastica non è mai stata una tecnologia normale

Nei primi decenni del Novecento, le plastiche vengono lanciate sul mercato come sostanze assolutamente innaturali. Per la prima volta, l’umanità è riuscita a produrre dei materiali artificiali, straordinarie eccezioni fra i materiali naturali utilizzati fino ad allora. Le plastiche sono economiche, leggere, robuste, plasmabili, capaci di imitare altri materiali e soprattutto incorruttibili. Nell’euforia del momento, i chimici vengono salutati come “agenti di democrazia applicata”. “Oggetti prima riservati al godimento egoista dei ricchi – scrive Edwin Slosson, direttore del Science News Service – diventano alla portata di tutti”. È l’inizio di un’era dell’abbondanza, di “un mondo in cui l’uomo, come un mago, produce quello che vuole per quasi ogni esigenza, a partire da quello che sta sotto e intorno a lui: carbone, acqua e aria”. Basta sostituire il carbone con il petrolio, ed è vero anche oggi.

Essere un’eccezione si rivela però anche il “peccato originale” delle plastiche. Quelle stesse qualità che le avevano rese speciali le rendono di lì a poco disprezzabili. Quando il problema ambientale esplode, tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta, le plastiche diventano il simbolo di tutto quello che è fasullo e da quattro soldi, di un mondo materialista e alienato, che ha perso la sua diversità culturale e ogni controllo sulla tecnologia. L’utopia si trasforma in distopia.

La vera domanda quindi è perché abbiamo caricato le plastiche di significati morali che non ci sogneremmo di attribuire a un nuovo chip o a una nuova procedura chirurgica.

La plastica come “mostro”

Qui ci soccorre una filosofa olandese, Martijntje Smits (non chiedetemi come si pronuncia il nome), che a sua volta si è basata sugli studi della celebre antropologa inglese Mary Douglas.

Secondo la sua interpretazione, le culture umane arrivano a considerare dei “mostri” le cose che appaiono innaturali perché non rientrano nelle categorie culturali che ci aiutano a dare un ordine al mondo, come ad esempio uomo e donna, umano e animale, organismo e macchina, vita e morte.

Un mostro valica dei limiti che siamo convinti siano naturali. Un mostro rappresenta ciò che è ignoto e fuori controllo. Un mostro induce terrore e venerazione allo stesso tempo. 

La plastica che sfida la corruttibilità di tutte le cose non è l’unica tecnologia-mostro. Se la letteratura ha creato Frankenstein, combinazione di uomo e di macchina, di vivo e di morto, gli xenotrapianti mischiano uomo e animale, i robot androidi l’uomo e la macchina, così come fanno gli impianti che collegano computer e cervello che sta mettendo a punto Neuralink, una delle società di Elon Musk. L’immagine più forte della propaganda anti-Ogm è stata la “fragola-pesce”, che faceva leva sul senso di abominio prodotto dall’idea di inserire qualcosa di una specie in un’altra, unendo così qualcosa che la Natura ha voluto mantenere separate.

La vera forza delle categorie culturali è che sono anche categorie morali. E quando una soglia morale viene oltrepassata si scatena una intuizione morale, un giudizio assolutamente istintivo che, come ha spiegato benissimo lo psicologo americano Jonathan Haidt, disabilita la nostra capacità di esprimere giudizi razionali. Capacità di cui invece abbiamo molto bisogno, se vogliamo risolvere i problemi creati dalla plastica

Come ci si libera di un mostro?

Non possiamo fare finta che questa percezione moralistica non esista, perché è più forte della razionalità. Infatti, almeno sulla plastica, è anche la mia e sono sicuro anche la vostra.
Secondo la filosofa olandese, ci sono quattro strategie per affrontare un “mostro”.
La prima strategia è eliminarlo, come è stato fatto in Europa con gli OGM. Lo si proibisce e basta. In pratica, è una forma di esorcismo. Ma il problema con la plastica è che è impossibile farne a meno negli ospedali, nel packaging alimentare, in milioni di oggetti che è impensabile tornare a fabbricare in legno, fibre naturali, metallo o guscio di tartaruga. E poi rappresenta davvero l’accesso al benessere per i paesi poveri, tanto che il 90% della plastica che finisce negli oceani viene portata da soli dieci fiumi: otto dell’Asia, uno dell’Africa e uno dell’America Latina.
La seconda strategia è abbracciare il mostro, cioè tornare all’entusiasmo di cento anni fa. Ma è improbabile riuscirci, e potrà al massimo essere una posizione minoritaria, di una élite tecnocratica. E poi non induce a un atteggiamento responsabile perché porta a svalutare l’importanza del problema della dispersione nell’ambiente.
La terza strategia è adattare il mostro, come si è cercato di fare con le bioplastiche, presentate come un’alternativa più ecologica perché compostabili. Un modo per restituire la plastica alla categoria “natura”. Il problema con le bioplastiche è che non si sono rivelate poi così biocompatibili, oltre a non aver mai avuto la robustezza e quindi l’utilità delle plastiche “vere”. 
Non ci resta dunque che la quarta possibilità: assimilare il mostro, cioè adattare non solo il mostro, ma anche le categorie in base alle quali lo giudichiamo. Nel caso dei trapianti, ad esempio, la “mostruosità” dell’espianto degli organi da un corpo nel quale il cuore batte ancora è stata neutralizzata definendo il momento della morte come quello in cui avviene la morte cerebrale.
La fecondazione in vitro, invece, è stata trasformata da trasgressione dell’ordine naturale ad atto medico per restaurarlo, e soddisfare quindi il legittimo desiderio di diventare genitori.

E nel caso delle plastiche?

Assimilare il mostro-plastica vuol dire porre fine alla sua incorruttibilità. Come, me lo ha spiegato il professor Maurizio Masi, del Politecnico di Milano.
Le plastiche sono polimeri, cioè lunghe catene di molecole più piccole ma di un tipo che gli organismi viventi non sono in grado di depolimerizzare, cioè di smontare. In un’apposita raffineria, però, le loro grandi molecole possono essere smontate nei loro mattoncini costitutivi, con i quali si può costruire qualsiasi altra molecola organica: nuove plastiche, combustibili, o moltissimi tipi di materie prime industriali.
Questo speciale gioco del Lego si chiama “riciclo chimico”, può essere applicato a una grande varietà di materiali presenti nei rifiuti ed è la base tecnologica dell’economia circolare. Cioè di un modello economico a zero rifiuti perché il ciclo dei materiali è chiuso: quando un oggetto non serve più, il materiale con il quale è stato prodotto torna in circolo e finisce in un nuovo oggetto. Qualcuno ha addirittura già cominciato a riaprire le discariche degli ultimi cento anni per svuotarle e farne tornare in circolo i materiali (si chiama urban mining).
Molti grandi gruppi industriali si stanno muovendo in questa direzione, e due impianti sono già stati costruiti anche in Italia, a Livorno e a Taranto.

La redenzione dal peccato originale

Il riciclo chimico offre insomma alla plastica la salvezza, che al contrario di quella delle anime non è l’eternità, ma la mortalità.

Come comunicarlo?

Come abbiamo visto prima, per assimilare un mostro bisogna fare due cose.
La prima è adattare il mostro, cioè spiegare che la plastica, al contrario dei diamanti, non è più “per sempre”. Ha perso la sua eccezionalità ed è stata riportata nell’alveo dei materiali “normali”, quelli che marciscono, si sgretolano, si arrugginiscono.
La seconda cosa da fare è adattare le nostre categorie mentali. Smontare le sostanze e riutilizzarle per ricavarne energia o nuovi materiali da costruzione è quello che fanno da sempre, in ogni istante, gli organismi viventi attraverso il metabolismo. Ora abbiamo imparato a farlo anche noi inventando un “metabolismo della plastica”, analogia potente che può capovolgere di nuovo l’immagine della plastica. La plastica da smontare e rimontare sotto forma di carburante o di altri materiali utili può infatti incarnare, e nel modo più puro, il sogno dell’economia circolare: far funzionare l’economia degli uomini come funziona l’economia della natura. Un ciclo che può andare avanti indefinitamente, con l’aiuto della sola energia del Sole, come fa tutta la vita sulla Terra, senza sprechi e senza inquinamento. L’orrore per la plastica che torna fascinazione. Evviva!

Ma è servito anche il mostro

Ma non si poteva trovare prima, questa soluzione? Sì, mi spiega il professor Masi. Ma non c’era alcun incentivo a questa soluzione, quindi le aziende petrolchimiche continuavano il loro business as usual. Si sono decise a fare il grande passo solo quando l’Unione Europea le ha messe sotto pressione, essendo essa stessa pressata dalle organizzazioni ambientaliste e dall’opinione pubblica. Quindi tutto serve, anche i mostri.