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Estinzioni a fin di bene?

Se qualcuno trovasse un modo per eliminare il coronavirus, nessuno si preoccuperebbe. Anzi. Come nessuno ha avuto nulla da ridire quando siamo riusciti a eliminare il virus del vaiolo. Ma oggi che abbiamo forse trovato un modo per eliminare la malaria – la malattia che ha ucciso più esseri umani nella storia – la preoccupazione è grande. Tanto che alcune organizzazioni hanno chiesto per ben due volte alle Nazioni Unite di bloccarlo. Questo modo non è un vaccino ma un gene drive, la biotecnologia più potente finora sviluppata. Consente infatti di creare una modificazione genetica che truccando i meccanismi dell’ereditarietà si propaga da sola, di generazione in generazione, all’interno di una specie. Come una reazione a catena. E se la modificazione è letale, la può portare all’estinzione. Le applicazioni potrebbero essere tante, i benefici grandi, i rischi altrettanto grandi. La tentazione in questi casi è di non volerne neppure sapere. Ma come si fa a giudicare – e non a pre-giudicare – una tecnologia? Con le tre regole chiave per scegliere il futuro che vogliamo.

Ho conosciuto il gene drive durante una visita ai laboratori del professor Andrea Crisanti (sì, proprio lui) nel seminterrato del Sir Alexander Fleming Building, all’Imperial College di Londra. È lui che sta cercando di eliminare Anopheles gambiae, la zanzara vettore della malaria. Non è l’unico ricercatore che ci sta provando, ma è quello più avanti di tutti.

A vederle, le sue zanzare maschio sembrano normalissime. Nei cromosomi portano invece un gene drive con un pezzetto di DNA che impedisce alle femmine di zanzara di produrre le uova. In laboratorio, introducendo un gruppo di maschi modificati in una popolazione di zanzare, Crisanti è riuscito a farla estinguere nel giro di quattordici generazioni. In dieci mesi. 

Il prossimo passo, che se tutto va bene avverrà non prima di qualche anno, sarà liberare milioni di zanzare maschio modificate in varie località dell’Africa. Se riusciranno a diffondersi altrettanto bene nelle popolazioni naturali di Anopheles gambiae, portandole all’estinzione, o almeno riducendole al punto da interrompere la trasmissione del plasmodio della malaria, il parassita che provoca la malattia, Crisanti avrà forse il premio Nobel per la medicina. 

I sogni della scienza (e gli incubi)

Un gene drive simile potrebbe consentire di eliminare anche altre malattie portate dalle zanzare, come la febbre gialla, la febbre di Dengue, la zika, o la chikungunya. Altri gene drive potrebbero decretare la fine anche della malattia di Lyme, della leishmaniosi, o della malattia del sonno. Però, eliminare una specie dal suo ambiente naturale potrebbe danneggiare la pianta che impollinava, o il predatore che se ne cibava. Piccolo o grande, l’effetto sull’ecosistema sarebbe irreversibile.

Con i gene drive potremmo anche “restaurare” gli ambienti naturali devastati dalle specie invasive, come i topi e i ratti portati sulle isole di tutto il mondo, dalle Hawaii alle Galapagos, dove fanno strage della fauna locale. O come gli scoiattoli grigi americani che stanno eliminando i nostri scoiattoli rossi, oppure i parrocchetti verdi che stanno sterminando i passeri di Roma. Gli intrusi verrebbero eliminati rapidamente, senza usare veleni e soprattutto senza crudeltà. E senza pesticidi, i gene drive potrebbero eliminare una volta per tutte i nemici dei nostri raccolti, come la tignola del pomodoro venuta dal Sudamerica, o la cimice asiatica, che colpisce ortaggi e alberi da frutto. Ma se dei parrocchetti verdi portatori di gene drive dovessero in qualche modo tornare in patria, potrebbero scomparire tutti i parrocchetti verdi dell’India. E se il gene drive di uno scoiattolo grigio finisse in uno scoiattolo rosso (ogni tanto in natura avvengono accoppiamenti fra specie molto simili), perderemmo anche tutti i nostri scoiattoli.

La tecnologia potrebbe anche diventare un’arma, magari per distruggere i raccolti di un altro paese, oppure per creare una zanzara che inietti un veleno. L’ipotesi non dev’essere del tutto peregrina se la DARPA, l’agenzia del Pentagono che ha creato Internet, ha un programma di ricerca per capire come difendersi dai gene drive.

Si sa che le conseguenze indesiderate delle tecnologie hanno la brutta abitudine di coglierci di sorpresa. L’unica sicurezza, per ora, è che un gene drive non funzionerebbe su di noi, come su tutte le specie che si riproducono lentamente. 

Fermate il mondo, voglio scendere

Lo so a cosa state pensando: “allora meglio di no”, “non ci proviamo neppure”. 

Un po’ è il brivido che dà ogni innovazione vera. Ma in questo caso c’è qualcosa di più: l’idea di alterare geneticamente un’intera specie, o addirittura di eliminarla dalla faccia del pianeta, è un potere decisamente nuovo sul quale stiamo mettendo le mani. E forse non ci spetta. Molti di voi anzi staranno pensando che questo gene drive non sia affatto una buona idea, e che dobbiamo rimettere subito il genio dentro la bottiglia, prima che sia troppo tardi. 

“Non c’è grande invenzione, dal fuoco al volo” disse il grande genetista J.B.S. Haldane “che non sia stata accolta come un insulto a una qualche divinità”. E se questo è avvenuto soprattutto con la genetica (pensiamo alla questione OGM) è stato forse perché in un’epoca secolarizzata come la nostra il DNA è quello che più si avvicina all’idea di anima.

Questa reazione istintiva è un’intuizione morale, cioè un verdetto immediato e “di pancia”. Perché non ascoltarlo? Perché le intuizioni, se nei rapporti personali spesso ci azzeccano, quando riguardano le tecnologie – soprattutto se complesse – ci portano facilmente fuori strada. L’intuizione infatti non si ferma a riflettere, non cerca di capire, scarta ogni considerazione razionale.  

Il problema non è che si tratti di un giudizio di tipo morale, che è forse anzi la massima facoltà. Se necessario, va espresso anche nei confronti della innovazioni. Il problema è che un’intuizione non è un giudizio ma un pre-giudizio. È una scorciatoia, mentre ci dovremmo prendere la briga e la responsabilità di giudicare davvero. 

Le tre regole di una mente aperta

Se non vogliamo giudicare un’innovazione in base alla prima emozione che ci passa per la testa, ecco tre regole che ci possono aiutare. 

  1. Non tecnologia sì o tecnologia no, ma questa applicazione sì e questa applicazione no. Dobbiamo pesare rischi e benefici prodotto per prodotto. Altrimenti dovremmo rinunciare agli oppiacei anche in anestesia perché qualcuno li usa per bucarsi, o ai fertilizzanti perché con la sintesi dell’ammoniaca si fabbricano anche gli esplosivi. Come nel caso delle persone, il giudizio per categorie (gli ebrei, gli italiani, i cinesi) è un giudizio stupido.
  • Precauzione sì, ma tenendo ben presenti i rischi che già corriamo. Non dobbiamo pensare solo ai rischi dell’innovazione, ma anche a quello che continuerebbe ad accadere senza. È vero che l’estinzione di Anopheles gambiae, una delle 3500 specie di zanzare in natura, potrebbe avere qualche effetto sull’ecosistema, ma sull’altro piatto della bilancia ci sono quasi mezzo milioni di morti per malaria all’anno, in gran parte bambini, e mezzo continente condannato al sottosviluppo. 
  • Cerchiamo innanzitutto di capirne di più. La tentazione di fronte alle tecnologie nuove e potenti è di chiederne una moratoria, fermandone anche la ricerca. Ma se non si studia e non si sperimenta resteremo sempre con i nostri dubbi, compreso quello di aver rinunciato a una soluzione efficace per niente. Nel 1973, gli scienziati che riuscirono per primi a trasferire un gene da una specie a un’altra si preoccuparono moltissimo, pensando di avere messo le mani su un potere “proibito”. Poi, cinquant’anni di studio e di uso nel mondo reale ci hanno dimostrato che i cosiddetti “organismi geneticamente modificati” sono sicuri per noi e per l’ambiente: questo è oggi il verdetto unanime della comunità scientifica.

Peraltro, diversi laboratori stanno già sviluppando gene drive che si possono fermare, anche da soli: dei gene drive “biodegradabili”.

Le cose nuove hanno bisogno di tempo per diventare vecchie

La nostra mente non si è evoluta per valutare il futuro, che è un’invenzione troppo recente. Per questo abbiamo bisogno di tempo per lasciare entrare le cose nuove nel perimetro delle cose “normali”. Anche i vaccini sono stati “nuovi”, una volta, quasi troppo, e infatti molti non si sono ancora abituati all’idea.