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Il silenzio del progresso

È passata praticamente inosservata, un paio di settimane fa, una delle migliori notizie degli ultimi anni: il primo vaccino contro la malaria. Ma se passa inosservato un vaccino per una malattia che uccide ogni anno oltre 400.000 persone, fra cui 260.000 bambini sotto i cinque anni, quanti altri progressi non diventano neppure delle notizie? I giornali e la televisione ci mostrano infatti un mondo che sembra stia andando a rotoli: guerre, carestie, malattie, violenze, incidenti, disastri naturali. Solo seguendo i numeri di questi fenomeni nel tempo si scopre che quasi sempre le cose stanno andando meglio che in passato. Ma i numeri li studiano solo gli statistici. Tutti noi ci lasciamo invece attirare da ogni allarme, perché la mente umana è fatta così. Così, con le notizie che circolano sempre più facilmente, non siamo solo più depressi e più stressati del necessario. Perdiamo anche la speranza nel progresso, parola quasi scomparsa dal nostro lessico. Col risultato di rallentarlo anziché accelerarlo.

Nel 2014 un gruppo di ricercatori della McGill University, in Canada, fece un ingegnoso esperimento. Fingendo di voler solo sperimentare un apparecchio che segue i movimenti degli occhi, chiese a un gruppo di volontari di leggere dei giornali. In realtà, era un modo per scoprire esattamente quali articoli sceglievano di leggere, e quali venivano trascurati. Nonostante dicessero di desiderare più buone notizie, le persone finivano in realtà per essere attratte quasi solo da quelle cattive. Come tutti noi, del resto, perché gli antenati che ci hanno trasmesso il loro DNA sono sopravvissuti preoccupandosi probabilmente più del necessario, non di meno. Io stesso, che pure rifletto da tempo su questi temi, confesso di non aver mai aperto l’inserto settimanale “Buone notizie” del Corriere della Sera, quotidiano che ricevo ogni mattina prima delle sette. Gli psicologi cognitivisti lo chiamano “bias della negatività”, ma giornalisti e attivisti di ogni orientamento l’hanno sempre saputo. Ovvio quindi che, solo per restare alle notizie sanitarie dall’Africa, lo scoppio di un’epidemia locale di Ebola abbia un impatto molto maggiore di un passo avanti contro la malattia che ha forse ucciso più persone nella storia dell’umanità. 

I progressi graduali fanno ancora meno notizia

Forse il vaccino contro la malaria sarebbe diventato una vera notizia se fosse stato efficace nella quasi totalità dei casi, come gli altri vaccini dell’infanzia. Protegge infatti solo nel 30% dei casi, che in questo caso però vuol dire salvare la vita di alcune decine di migliaia di bambini ogni anno, e impedire che alcuni milioni si ammalino. Ma questo è un problema per la nostra mente, che è anche molto poco sensibile ai cambiamenti piccoli, frammentati, distribuiti nel tempo. Cambiamenti che presi uno alla volta non riescono a diventare una notizia, ma che col tempo si accumulano e tutti insieme finiscono per fare una grandissima differenza. 

Ogni anno che passa i motori delle automobili sono un po’ più efficienti e più puliti, e dagli anni Sessanta a oggi la quantità di sostanze inquinanti si è ridotta del 98-99%. Grazie a continui piccoli miglioramenti genetici e nelle tecniche di coltivazione, la produttività agricola  aumenta di uno o due punti percentuali all’anno, e riesce a far mangiare sempre meglio una popolazione mondiale sempre in crescita. Dal 2005, grazie a tecnologie sempre più efficienti, il fabbisogno di energia dell’Italia diminuisce dell’1,5% l’anno. Grazie a mille progressi della medicina e delle condizioni di vita e di lavoro, la speranza di vita in Italia aumenta di 3 mesi ogni anno che passa, e viviamo il doppio degli anni rispetto agli italiani di cento anni fa.

Il mondo non va poi così male

Se poi facciamo la somma dei miglioramenti – cioè delle buone notizie che non abbiamo mai letto – nel mondo, i risultati sono clamorosi. Nel 2000, le Nazioni Unite si sono impegnate dimezzare la percentuale della popolazione mondiale che vive in condizioni di povertà estrema entro il 2015, ma il traguardo è stato raggiunto con cinque anni di anticipo. Nel frattempo si sono dimezzate sia la mortalità infantile sia quella per parto. Oggi il 9,9% della popolazione mondiale soffre la fame, contro il 34,5% nel 1970, quando sul pianeta eravamo meno della metà. Giustamente ci indignamo se nell’Afghanistan dei talebani le bambine non vanno più a scuola, ma forse nessuno ci ha detto che oltre il 90% delle bambine nel mondo frequenta almeno la scuola elementare: una generazione fa sarebbe sembrata fantascienza.

Potrei andare avanti ancora a lungo, ma preferisco consigliarvi la lettura di Factfulness, di Hans Rosling, l’indimenticabile medico e statistico svedese, libro che documenta il miglioramento del mondo con tutti i numeri che volete. Numeri, purtroppo, perché il progresso in fondo non è altro che la somma algebrica delle cose che migliorano e di quelle che peggiorano.

Il progresso non avviene da solo

Le cattive notizie ci fanno bene, perché ci ricordano cosa non va e cosa va migliorato. Ma se sono le uniche di cui veniamo a sapere, creano un sacco di stress, ci rendono depressi, e ci fanno perdere la speranza che le cose possano essere migliorate. Se infatti dell’innovazione vediamo solo i problemi, perché darci da fare? 

Per sviluppare il vaccino contro la malaria ci sono voluti 30 anni e oltre 750 milioni di dollari, parte investiti dalla casa farmaceutica GlaxoSmithKline, parte dalla Fondazione Bill and Melinda Gates. Il Mosquirix– questo il nome commerciale del farmaco – sarà venduto ad appena il 5% in più rispetto al costo di fabbricazione. L’innovazione ha quindi bisogno di fiducia, di pazienza, di risorse, soprattutto quella che non promette di arricchire chi la produce, anche se avrebbe grandi impatti positivi sulla società. E non solo quella. Ogni innovazione ha bisogno del consenso di tutti noi. Come paese, bisogna scegliere di investire nell’istruzione e nella ricerca, creare condizioni favorevoli a chi ha buona idea, evitare di fermare innovazioni utili in nome di rischi immaginari. Abbiamo appena visto cosa può fare la volontà generale con i vaccini contro il Covid-19: grandi risorse dirottate immediatamente sul problema, tempi di sviluppo, sperimentazione e autorizzazione ridotti al minimo, produzione e distribuzione rapidissime. 

La verità è che avremmo già risolto chissà quanti problemi, se avessimo trovato la volontà di farlo.

Ottimisti, pessimisti o “possibilisti”?

È difficile diventare tutti più ottimisti, perché come abbiamo visto siamo fatti per preoccuparci. E poi in qualche modo sentiamo che essere ottimisti vorrebbe dire non preoccuparci per le cose che ancora vanno male. E tradire in qualche modo chi ne è vittima. 

C’è però una terza opzione, avanzata proprio da Hans Rosling, quella di essere “possibilisti”. 

Essere possibilisti vuol dire riuscire a mantenere in testa due pensieri insieme: essere consapevoli dei problemi che abbiamo davanti e avere fiducia nella possibilità di migliorare ancora le cose, celebrare i progressi fatti e continuare a lottare per quelli ancora da fare. Pensare che le cose vanno male, ma anche meglio. 

Provateci anche voi, non è così difficile.